Articoli 2004

J. WOLFGANG GOETHE NEI CAMPI FLEGREI

Marzo 1787. Una terra col solo respiro delle pietre, deserta, con acque in ebollizione, coi resti di una storia disegnata nei vulcani spenti e semispenti.
Così il Poeta universale Johann Wolfgang von Goethe, venuto dal freddo e dalla fantasia della sua Hollenfahrt, ritrovava i Campi Flegrei, in anni in cui le corti d'Europa scendono giù dal regno del sole per ammirare, come scriverà, appunto, Goethe, "la regione più meravigliosa del mondo sotto il cielo più puro ed il terreno più infido".
Goethe ne rimarrà incantato e scriverà ancora che, appena calato a Napoli, vedrà una terra "che è un paradiso e ciascuno vive una specie di ebbrezza e di oblio; mentre il re è a caccia, la regina è incinta...". Il grande cantore del "Faust" ritornerà nella terra flegrea e dopo una "gita in barca" si fermerà a meditare lungo le "lande deserte e malinconiche, ma alla fine una vegetazione lussureggiante s'insinuerà dappertutto e si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli e arriva a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti d'un cratere spento.
Così siamo continuamente palleggiati fra le vicendedella natura e della storia". Goethe ritroverà tra le rovine di sabbia e di polvere dei Campi di fuoco quel "delirio" che esploderà nel "Der Wanderer" (Il viandante di Cuma), opera scritta molti anni primadi recarsi nei Campi Flegrei. Qui ritroverà l'inno dello spirito e qui, tra rovine appassite e fumi di zolfo, Goethe dirà che solo qui "si resta sbalorditi ,tra gli avvenimenti della Natura e della Soria!.. 1789: nei dipinti e disegni del Poeta la terra, come nel suo Viaggio, si mostra in una trasparenza quasi irreale, interprete diretta di un animo sensibile, colpito profondamente dai legami della storia, dalle testimonianze irripetibili e dall'alone di mistero e di religiosità sparsi ovunque. Basterebbe ammirare i disegni della Solfatara, dell'Averno, di Pozzuoli da Monte Nuovo, di Pozzuoli al tramonto, di Baia, del Serapeo e così via. E' lo stesso cammino che i grandi romantici della prima metà dell'Ottocento rifaranno, come Chateaubriand, Lamartine, Madame de Staël e altri. Più di due secoli fa: Averno nel suo tumulo di sterpaglia e infernale, la Solfatara senza tregua nel suo respiro fumigante, il pavimento del Serapeo invaso dai soliti immancabili e curiosi visitatori (scavo iniziato per volere di Carlo lll di Borbone quaranta anniprima), strade appena abbozzate ed un mare "limpidissimo". E tutto questo universo avrà un peso enorme e desterà profonda impressione sull'animo di uno dei più grandi Poeti di ogni tempo. Scriverà ancora e lo griderà a tutto il mondo che "qui, nella terra flegrea, lo essere vivente si abbandona alla gioia". C'è, ora, da riflettere se un Genio lascerà agli uomini una testimonianza così esaltante. Così appariranno, infatti, i Campi Elisi al "viandante", che, in pieno Settecento, (1 marzo 1787) vedrà i segni del divino e della più sconfinata bellezza nella terra del fuoco e del mito: "Sarebbe difficile dar conto d'una giornata come questa. Chi non sa che la lettura frettolosa d'un libro, il quale ci abbia trascinati irresistibilmente, ha esercitato la più grande influenza su tutta la nostra vita e ha prodotto subito un effetto, al quale una seconda lettura o una più matura riflessione non han potuto più tardi aggiungere che poco? Questo mi è accaduto una volta con la "Sakontala". E non ci accade forse lo stesso con gli uomini di valore? Una gita in barca fino a Pozzuoli, delle piccole escursioni in carrozza, allegre scampagnate attraverso la regione più meravigliosa del mondo. Sotto il cielo più puro, il terreno più infido. Rovine d'una opulenza appena credibile, tristi, maledette. Acque bollenti, zolfo, grotte esalanti vapori, montagne di scoria ribelli a ogni vegetazione, lande deserte e malinconiche, ma alla fine una vegetazione lussureggiante, che s'insinua da per tutto dove appena è possibile, che si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli e arriva fino a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti d'un cratere spento.Si vorrebbe meditare, ma non ci sentiamo capaci.

 Pozzuoli, Acropoli di Cuma: Tempio di Apollo. J.Wolfgang Goethe, Golfo di Pozzuoli dalla Solfatara, penna a seppia, colori ad acquerello su carta bianca, mm.181x223, estate - autunno 1787, Francoforte sul Meno, Staedelsches Kunstinstitut, inv. 288.

Intanto chi vive continua a vivere allegramente e noi stessi non abbiamo mancato di confermarlo. Uomini di cultura, di mondo e di vita, ma non insensibili agli ammonimenti d'un destino superiore, inclinati alla riflessione. Veduta senza confini sulla terra, sul mare, sul cielo, richiamata alla realtà dalla presenza di una donna giovine e simpatica, abituata e non indifferente agli omaggi". Il 19 maggio del 1787, dopo un viaggio in Sicilia e ove "tutto procura gioia", Goethe ritornerà a Napoli e si recherà ad ammirare il "Tempio di Serapide"descritto, poi, in un Fragment über Pozzuoli.
Un genio universale, J. Wolfgang Goethe, salirà i templi di Cuma e attenderà che una colomba apollinea si poggia sulla porta dorata. E vedrà e mediterà sul destino dell'uomo. Perché il passato si è fatto presente: come nel canto "Der Wanderer".

Mario Sirpettino